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Drone in volo sulla no fly zone del Vaticano, scattano i controlli

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Un quadricottero commerciale in volo in zona Vaticano, nell’area del rione Borgo, ha fatto scattare controlli di sicurezza in base ai protocolli vigenti contro il terrorismo.

Il drone, segnalato ieri pomeriggio alle forze dell’ordine e non ancora rinvenuto, ha effettuati alcuni voli sulla no fly zone di San Pietro. Alle sei di questa mattina sono scattati i controlli che hanno dato esito negativo. Le verifiche si sono concentrate in particolare nella zona di Borgo Vittorio. L’area è stata sorvolata anche da un elicottero.

Le no fly zone

Sono delle zone in cui il volo è interdetto o consentito soltanto previa autorizzazione. Costantemente aggiornate, le no fly zone sono in vigore sulle zone a rischio terrorismo, di importanza strategica per uno Stato o aree private in cui è proibito volare senza specifica autorizzazione. In base alla normativa vigente, tutti i firmware dei sistemi commerciali a pilotaggio remoto impediscono (in teoria) ai droni di accedere in tali aree. Sulla rete sono disponibili delle schede elettroniche che consentono al drone di ignorare le limitazioni imposte dal produttore.

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Come si protegge una città dai droni

Le attuali contromisure a difesa delle grandi città europee sono scarse poiché la minaccia è relativamente nuova e non ancora ben definita. Per dimensioni e materiali (molti dei quali non riflettenti), i droni sono difficilmente rilevabili dai sistemi convenzionali di tracciamento. Una ottimale rete di difesa urbana dovrebbe implementare diverse misure di rilevamento radar ed individuazione (acustica, emissione radio, elettro-ottica) così da migliorare la capacità di tracciamento. Tranne pochissime eccezioni in aree sensibili, le città europee non sono protette da un sistema stratificato di difesa contro uno sciame robotizzato.

Nel 2013, un drone gestito dal German Pirate Party, riuscì ad atterrare vicino il cancelliere tedesco Angela Merkel, durante un evento sportivo a Dresda. Nell’aprile del 2015, un drone che trasportava sabbia radioattiva proveniente dalla centrale nucleare di Fukushima riuscì ad atterrare sul tetto degli uffici del primo ministro giapponese a Tokyo.

Il 15 ottobre scorso, l’Air Force ha disattivato per la prima volta un drone dello Stato islamico con un’arma elettronica. Si sarebbe trattato di uno dei primi impieghi operativi per il DroneDefender, un fucile d’assalto provvisto di un jammer o disturbatore di frequenze. La sua portata utile è di 400 metri. Una volta individuata la minaccia UAV, agisce interrompendo il contatto radio tra il drone e l’operatore in remoto. Il sistema DroneDefender ha un peso di sette chili ed è alimentato da una batteria di 4,5 chili, solitamente trasportata in uno zaino. L’Isis impiega diversi tipi di droni, ma utilizza principalmente i quadricotteri a causa della loro maggiore stabilità e capacità di carico (granate da 40 millimetri).

 

Tale tecnologia non è da tempo esclusiva pertinenza dei militari. Con poche centinaia di euro, chiunque può acquistare un drone stabilizzato dotato di telecamera HD, GPS e con una minima capacità di carico. La pronta disponibilità di questo tipo di tecnologia offusca la linea tra elettronica militare e commerciale. Nel contesto urbano, tale minaccia potrebbe avere effetti devastanti.

Alterare il paradigma della minaccia

In ambito militare è stato dimostrato che anche il miglior sistema di difesa come l’Aegis statunitense, non potrebbe fare nulla contro uno sciame robotico. Aegis è ritenuto in grado di intercettare con i suoi missili ed i suoi cannoni da 20 millimetri, ogni tipo di minaccia tranne uno sciame robotico. Il problema è che i piccoli droni hanno una firma radar minuscola: anche se identificati non potrebbero essere ingaggiati dai missili o dai cannoni perché troppo vicini. E’ stato stimato che tra l’individuazione e l’impatto dei droni, anche la più potente nave della Marina USA avrebbe un tempo di reazione di 15 secondi. La minaccia non verrebbe comunque neutralizzata al 100%. Nel contesto urbano, un attentato combinato, potrebbe avere effetti devastanti. Storia insegna che le armi utilizzate sul campo di battaglia, approdano sempre nel contesto civile. In quest’ultimo caso, è proprio la componente psicologica ad alimentare la natura stratificata del terrore. Ad oggi, i droni civili sono stati utilizzati per la ricognizione, la sorveglianza e per sferrare attacchi informatici (già testato Snoopy), cinetici (in atto) e chimici. I droni armati di agenti chimici o biologici come il Sarin rappresentano una possibilità. Sarebbe opportuno rilevare che la letalità di un drone sarà sempre e comunque proporzionale alla sua limitazione operativa.

Parliamo, quindi, più di effetti psicologici (alla base del terrorismo) che fisici, ma che richiedono contromisure specifiche. Alcune, come ad esempio il Geo-fencing (confine virtuale sulle aree geografiche), lo Spoofing (false coordinate GPS) e l’attacco elettronico (come ICARUS della Lockheed Martin), hanno dimostrato una certa efficacia nel disabilitare i droni ostili. Le aquile corazzate in servizio in Francia, Inghilterra e Olanda, hanno dimostrato la loro efficacia sul campo. Le flying squad hanno già protetto il Festival di Cannes ed alcuni eventi in Inghilterra. Anche le semplici armi da fuoco sono ritenute l’ultima difesa contro i droni (munizionamento a frammentazione), mentre la contromisura missilistica potrebbe essere efficace in un contesto operativo (economicamente insostenibile, strategia di logoramento Enormous overkill), ma del tutto impraticabile in un ambiente domestico. Sono già in atto dei programmi paralleli come l’Aerial Combat Swarms, che prevede l’impiego di sciami per autodifesa contro altri droni nemici. Ci vorranno anni, infine, per ottimizzare le griglie laser come Athena. La particolare natura asimmetrica, altera il concetto standard di difesa. La minaccia attuale è ben più complessa rispetto a quelle percepite nel 2010, a causa delle tecniche di occultamento creative associate ai nuovi dispositivi esplosivi improvvisati e non. L’implementazione degli esplosivi sui dispositivi a basso costo, in alcuni casi rappresenta soltanto un dettaglio, poiché l’Improvised Air Threat, non deve essere necessariamente concepita soltanto come armata.

I droni dell’Isis

Il primo abbattimento di un drone commerciale utilizzato dai terroristi islamici risale al 20 marzo dello scorso anno. Nei pressi di Fallujah, i terroristi islamici utilizzarono un velivolo pilotato in remoto per la sorveglianza. Era un piccolo drone commerciale, acquistabile in internet. Dopo averlo fatto alzare in volo per circa trenta minuti, i fondamentalisti lo hanno fatto atterrare, caricandolo poi su un veicolo. Il comando aereo alleato, che monitorava il contesto tramite rete satellitare, diede ordine ad un caccia armato di pattuglia nell’area di eliminare la minaccia, lanciando un missile contro il mezzo. La distruzione del drone e del veicolo è stata poi confermata dal Combined Joint Task Force.

Un mese dopo, l’Isis pubblica sulla rete il video intitolato Defiant Attack on the Apostates at the Refinery. E’ il primo video di propaganda rilasciato sui canali twitter dei jihadisti con immagini ad alta definizione effettuate dall’alto, sopra la più grande raffineria di petrolio del paese, nell’Iraq centrale. La zona filmata era saldamente nelle mani delle forze governative, ma il drone non è stato mai intercettato. Le capacità di sorveglianza in remoto dell’Isis erano note fin dal 2014. In un video chiamato Clanging of the Swords, Part 4, girato indicativamente nei primi mesi del 2014, si nota una città dell’Iraq occidentale, chiaramente ripresa dall’alto, quasi certamente da un drone. La naturale evoluzione di una tale esperienza acquisita sul campo, potrebbe essere messa in pratica contro obiettivi occidentali.

Proprio in Iraq, l’Isis ha testato con successo sciami di droni contro le forze della Coalizione. I quadricotteri modificati per trasportare delle granate da 40 millimetri, sono stati utilizzati a sciame su Mosul.

 

 

Fonte: http://www.ilgiornale.it/

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